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Il centrismo irriducibile e televisivamente attrattivo di Pippo Baudo

Autore: redazione

Pippo Baudo é morto il 16 agosto a Roma all’età di 89 anni. La sua lunga carriera lo colloca in quella categoria di figure che non si limitano a fare un mestiere, ma che di un mestiere finiscono per incarnarne l’essenza stessa, nel suo caso quella della televisione. Ultimo sopravvissuto di questa categoria speciale di superconduttori, insieme a Mike, Corrado e Enzo Tortora, la sua presenza era il segno che autenticava una precisa ritualità del piccolo schermo: quando Baudo era in video, al pubblico della televisione italiana era garantito lo spettacolo. Uno spettacolo rassicurante, al riparo dagli affanni. 

La sua parabola comincia a Militello in provincia di Catania nel 1936. Agli studi in giurisprudenza preferisce la musica e il varietà, come se avesse intuito da subito che il vero codice ispiratore del costume nazionale italiano non è la legge scritta, bensì quella del palcoscenico. L’esordio avviene come cantante d’orchestra e il debutto televisivo alla fine degli anni ’50 con Enzo Tortora, ma il successo personale per Pippo arriva solo qualche anno dopo nel 1966 con Settevoci, un format innovativo che, più che intrattenere, stabilisce una grammatica inedita, basata sul ritmo di una gara canora, con una scansione rituale degli applausi e delle pause, misurata dall’applausometro. Poi arrivano Canzonissima e soprattutto Sanremo per tredici edizioni. Il Festival con lui diventa la forma piú riuscita di autorappresentazione nazionale. Baudo, da buon sacerdote della liturgia mediatica, non si limita a presentare: dirige, ordina, garantisce che la macchina funzioni e che il Paese possa specchiarsi in se stesso attraverso le canzonette.

Al tempo stesso è un talent scout, con la capacità di riconoscere dietro ogni artista lanciato – da Al Bano a Giorgia, da Heather Parisi ad Andrea Bocelli, Laura Pausini e tanti altri – l’archetipo che quel volto o quella voce andranno a colmare nell’immaginario collettivo. La popolarità diventa dunque la sua cifra, ma nel senso etimologico del termine: Baudo appartiene al popolo e il popolo si rispecchia in lui. È rassicurante, perché appare come il vicino di casa che però sa le regole dello spettacolo meglio di tutti. È colto, ma mai supponente; ironico, ma sempre rispettoso; istituzionale, ma capace di sorridere di se stesso. E se oggi lo si piange, lo si fa non solanto per la perdita di un uomo reso familiare dalla tv, ma per il dissolversi di un’epoca in cui il piccolo schermo era ancora grande, capace di dare forma al senso comune, e in cui un conduttore non era un volto tra i tanti, ma un garante dell’identità collettiva.

Tutta questa sua influenza non si é mai tradotta in un impegno politico in prima persona. Pur essendo stato da sempre nella posizione di un’interlocuzione privilegiata con il popolo e con le istituzioni, Baudo non ha mai accettato di candidarsi con alcun partito politico, con l’eccezione parziale dell’esperimento di Democrazia Europea nel 2001, per la cui campagna elettorale si spese come sostenitore dell’amico Sergio D’Antoni, uno dei tre leader del neopartito centrista, insieme a Ortensio Zecchino e Giulio Andreotti. Ha rifiutato per ben due volte la candidatura alla presidenza della sua Regione, prima con l’Unione prodiana e poi col Partito Democratico, forse a riprova della coerenza con l’unico centrismo plausibile, quello inventato da lui ai tempi della tv con un solo canale.

 

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