Commemorazione

In memoria di Gerardo Bianco

Autore: Ortensio Zecchino

Testata: Comitato DC80

Il presente intervento in memoria di Gerardo Bianco è stato pronunciato da Ortensio Zecchino nella Sala della Regina, alla Camera dei Deputati, il 26 marzo 2025, in occasione della presentazione di una raccolta dei suoi discorsi parlamentari, alla presenza delle Istituzioni, di amici e familiari

Saluto il presidente della Camera, il vice presidente, credo che molti dei presenti hanno conosciuto Gerardo. L’onorevole Giuseppe Gargani e io, credo che possiamo vantare molti decenni di conoscenza e sappiamo qual è la ragione del successo, che sempre arriva dal punto di vista umano. Questa bella foto sulla copertina di questo libro, credo che in qualche modo incarna esattamente la personalità di Gerardo. Tutti sapevano quale robustezza culturale ci fosse alle spalle e tutti capivano, sapevano, vedevano e toccavano la sua bonomia, la sua ironia, anche la sua autoironia. Gerardo era per questo diventato un personaggio non solo noto, ma amato anche dal pubblico, non strettamente legato ai palazzi. 

Voi sapete che i politici non godevano e non godono di grande simpatia. Tra l’altro ormai ho scoperto, che c’è una presunzione di illegalità in testa ai politici, dal punto di vista proprio giuridico. Non so se sapete, che un politico che ha fatto politica, per aprire un conto in banca, non può aprirlo come un qualunque cittadino, perché grava una condizione di presunzione di illegalità. Beh, quando e morto Gerardo c’è stato un coro straordinario di consenso, di compianto e di ammirazione. In questo coro io ricordo, l’ho già detto in un’altra occasione, che mi colpì un’affermazione di un giornalista, che per fare un complimento a Gerardo per questa considerazione, non alta che ha la politica, scrisse che Gerardo era un uomo di cultura prestato alla politica e io l’ho detto più volte, che Gerardo si sarebbe doluto fortemente di questa affermazione, perché riteneva che la politica fosse un modo per rendere concreta la cultura, che altrimenti rischia di essere pura erudizione. 

E in questo io ho sempre ricordato le frequentazioni con Gerardo, erano antiche, ma si erano molto rafforzate negli ultimi tempi. Gerardo metteva sempre avanti De Santis e tutti sapevano quale intenso rapporto, vorrei dire di discepolato ideale, c’era tra De Santis e Gerardo. Sapete che ha scritto tante cose su De Santis, tra cui un’opera importante scritta nel 2009, “Francesco De Sanctis, cultura classica e critica letteraria”. È un testo importante perché innova anche nella critica desanziana, affermando l’impegno, l’interesse che De Santis stesso aveva per la cultura, la cultura classica. 

Ma perché io dico che Gerardo attingeva, aveva come dire, era permeato dalla presenza di De Santis? Molte volte quando si aprono i libri, non sempre ci si sofferma sulle dediche, eppure tante volte le dediche dicono esattamente la profonda ragione per la quale un libro è scritto, la profonda ragione dell’impegno. Quindi leggiamo alcune dediche: “a mia madre, morrese”, la sottolineatura morrese si riferisce a De Santis, “che mi raccontava di De Santis”,  non parlava, mi raccontava… al piccolo Gerardo la madre raccontava favole e di De Santis. Quindi capite come De Santis si è come dire, incorporato… E poi c’è un’altra dedica dello stesso “a mia nonna, con la quale vissi a Morra la mia infanzia fantasiosa”. In questo fantasioso io l’ho ricordato già, mi spiace di ripetermi qualche volta, ma insomma certi pensieri restano fermi, in questo aggettivo ‘fantasiosa’, c’è qualcosa della poetica di De Santis, l’intuizione. 

Quindi vedete come De Santis… Ma perché De Santis ha a che fare col discorso, al quale ci invita la nostra moderatrice? Perché De Santis è stato uno dei più grandi interpreti della necessità che la politica non possa e non potesse fare a meno della cultura. Diceva tra l’altro De Santis, che fare politica è un dovere per tutti, che non significa che tutti debbano candidarsi, ma c’è una politica dirà Croce, che è un altro desanziano, che c’è una politica dei non politici e scriverà quella famosa allocuzione per l’inaugurazione di una piccola biblioteca nella tua Basilicata (rivolto a Carmen Lasorella), un discorso intitolato “Del dovere della borghesia delle provincie napoletane” e qual è il dovere? Il dovere che ognuno ha di rendere qualcosa alla comunità nella quale è vissuto. 

E quindi queste sono le ragioni per le quali Gerardo interpretava la politica come un dovere, come un dovere e come un modo di rendere concreta nella vita, nella realtà vera, la politica. E io nei pochi minuti, siamo già verso la fine, posso fare tre esempi di questa interpretazione del rapporto con la cultura. Poi presidente, lei ha sottolineato, anche la vicepresidente, l’importanza del Parlamento. Gerardo è stato molto sensibile a questo tema, tanto sensibile che in un momento in cui la partitocrazia invadeva le istituzioni e invadeva il Parlamento, Gerardo ha avuto, io posso ricordare, tre episodi di sua grande manifestazione di libertà e di sottolineatura dell’autonomia del Parlamento. De Gasperi è stato tra i primi a segnare una demarcazione tra partiti e istituzioni. Bene insomma, nelle segreterie di partiti è in ribasso la consuetudine di imporre le presidenze dei gruppi parlamentari come un momento puramente, come dire, secondario. Nel ’79 la Segreteria della Democrazia cristiana indicò un personaggio di grande peso, Giovanni Galloni. Gerardo Bianco che non aveva truppe, che non aveva correnti si oppose e vinse. Una cosa straordinaria, una rottura di uno schema che si era consolidato e questa vicenda si ripetuta nel ’92, quando nuovamente la segreteria del partito imponeva Giovanni Goria, altro personaggio di peso e ancora una volta Gerardo la vinse. 

E c’è una terza, un terzo episodio, che forse dice ancora di più. Sapete che il 29 aprile del 1993 è una data molto traumatica nella vita del Parlamento, si votava l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi. Gerardo lo ricorda -io parlo di cose di cui ho avuto da Gerardo diretta confidenza, ma poi ne posso parlare perché lo ha scritto nel libro- il giorno prima, la sera prima, si recarono nel suo studio il presidente del gruppo della Democrazia cristiana, l’onorevole Achille Occhetto, segretario del PDS e l’onorevole Massimo D’Alema, presidente del gruppo, per chiedergli di imporre come disciplina di partito il voto a favore dell’autorizzazione a procedere. Gerardo naturalmente si scandalizzò, perché nella tradizione e nella esecuzione stessa l’autorizzazione a procedere è un passaggio paragiurisdizionale e non poteva che essere affidato alla libertà di coscienza. E Gerardo pose questa condizione. I due andarono via un po’ scontenti e il giorno dopo Gerardo fece un gran discorso alla Camera, molto equilibrato, riconoscendo colpe e meriti del personaggio, in una condizione -io la ricordo, ero senatore, ma ero in tribuna- di violentissima opposizione da destra e da sinistra. E Gerardo potette concludere il suo intervento, ma il giorno dopo fu messo sotto processo dalla segreteria del Partito, me lo confidò e anche questo non lo direi, se Gabriele De Rosa nel suo diario non avesse ricordato questo episodio e mi dispiace di dover dire che Gabriele De Rosa riteneva, che le convenienze del tempo non potevano consentire una condizione di libertà. Ma Gerardo, ligio a questo suo impegno di rigore sempre riuscì a fare quello che ritenne opportuno. Questo insomma… In qualche modo Gerardo noi lo ricordiamo come esempio, presidente, che dovrebbe essere tenuto da conto da ogni parlamentare e da ogni cittadino, perché i ricordi servono per suscitare come dire ‘capacità’. Potremmo ricordare il verso foscoliano che “egrege cose accendono le urne dei forti” e Gerardo è stato uno dei forti, anche dal punto di vista dell’impegno e della difesa del Parlamento.