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L’anacronistica idea di un partito cattolico

Autore: Ortensio Zecchino

Testata: Il Mattino

Da quando, ormai un quarto di secolo fa, il Partito popolare, erede legittimo della Democrazia cristiana, è confluito con i postcomunisti in un unico partito di sinistra, ciclicamente si levano voci per riproporre il tema della riorganizzazione politica dei cattolici. Per quanto il tema scaldi sempre meno i cuori, non è inutile attingere alla storia per verificarne plausibilità e attualità.

L’uso dell’aggettivo ‘cattolico’ in politica ha una storia lunga e contraddittoria. Nel tempo delle residue resistenze del papato a difesa dell’antico potere temporale, nel tempo cioè del duro scontro col nascente Stato italiano, il cattolicesimo assunse valenza di categoria politica e di bandiera di movimenti filo papali. Alla presa di Porta Pia del 1870, che portò alla fine del potere temporale, il papato, nel 1874, rispose con il non expedit, in pratica con il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica dello Stato italiano. E così i cattolici, ghettizzatisi per protesta, assunsero ancora una volta valenza di soggetto politico, che faceva la sua politica con l’astensione. Il 1919 fu l’anno della svolta perché Benedetto XV abolì il non expedit e Sturzo fondò il Partito Popolare.
Nell’Appello ai Liberi e Forti del 1919, che è la carta fondativa del Partito, Sturzo ne fissò con chiarezza i due elementi identitari: laicità e ispirazione cristiana. Rifuggì volutamente dall’uso dell’aggettivo ‘cattolico’, ritenendo di scindere definitivamente la fede dalla politica. Nell’appello Sturzo, rivendicando la piena autonomia della politica (‘laicità’), intese chiamare a raccolta “tutti gli uomini liberi e forti”, al di là d’ogni confessione e credenza religiosa, “ispirandosi ai saldi principi del Cristianesimo” e proponendo a base del programma del nuovo partito “il patrimonio politico-morale delle genti cristiane”. A maggior chiarimento del suo pensiero si può leggere, sempre nell’Appello, un’altra frase con cui oppose la sua visione a quella delle “democrazie socialiste, che tentano la materializzazione di ogni identità”: è la repulsione di tutti quei progetti di liberazione dell’uomo fondati sull’amputazione della dimensione spirituale. Per Sturzo, quindi, l’aggettivo ‘cristiano’, largamente presente nell’Appello, aveva un significato non confessionale, ma di qualificazione della civiltà costruitasi in due millenni intorno ai rivoluzionari valori del Cristianesimo.

Se si cercasse un chiarimento, un approfondimento e una conferma sul senso profondo acquisito in questo lungo tempo dall’aggettivo ‘cristiano’, lo si potrebbe trovare in quel breve saggio di un autorevole ‘laico’, Benedetto Croce, scritto in un tempo buio per l’Europa, nel pieno della guerra. Era l’estate del ’42, e Croce, tra molti tormenti, volle intitolarlo Perché non possiamo non dirci ‘cristiani’. Riprendendo il filo della storia, l’aggettivo ‘cattolico’ ricomparve con l’avvento del fascismo, per designare – così scrive testualmente Sturzo – “gli ex popolari filofascisti”.

Sulla Dc nata nel dopoguerra Sturzo espresse non poche riserve proprio per la connotazione di partito ‘cattolico’ che andava assumendo per oggettive ragioni storiche. Tra le non poche fonti che testimoniano tali sue riserve spicca per chiarezza una sua lettera inedita, conservata nell’Archivio Sturzo, datata Washington, 7 agosto 1944. Destinatario Benedetto Croce: “Giorni or sono ebbi la visita di alcuni rappresentanti della Democrazia cristiana ed a Lei francamente posso dire di non aver ancora deciso per il momento di affiancare la mia attività a quella del nuovo partito cattolico. Qualora i tempi mutati e le coscienze elastiche si opponessero definitivamente alla rinascita del mio Partito popolare italiano, vedrò indispensabile unire il mio pensiero a quello di un partito che possa essere il depositario di ideali democratici e di presupposti cristiani. Gli ostacoli del passato saranno forse gli indissolubili legami dell’avvenire?”. Ancor più esplicito Sturzo fu, nella metà degli anni Cinquanta, rispondendo ad una precisa domanda di Gabriele De Rosa: “Non vi è dubbio che il Partito Popolare sia stato più autonomo della Democrazia Cristiana”, aggiungendo che “ il dossettismo ha avuto influenza negativa sui giovani”. Giudizio non dissimile da quello espresso da De Gasperi in un appunto manoscritto pubblicato in fotoriproduzione in appendice alla biografia della figlia Maria Romana. In esso, De Gasperi, rilevata l’accentuazione della dialettica interna, scrive: “la causa principale risiede nella mentalità dossettiana, munita di allucinazioni e presunte divinazioni suggestive… Questo è grave e può gradualmente portare alla spaccatura”.

Quantunque De Gasperi, con grande dignità e senso dello Stato, in momenti cruciali seppe garantire l’autonomia della Dc dalla Santa Sede, il partito assunse di fatto il connotato di partito cattolico. Di fronte al comunismo sovietico non solo ateo, ma anche persecutore dei cattolici, l’opposizione ad esso, e alle sue diramazioni nazionali, non poteva che assumere i connotati di crociata cattolica, nella quale la Dc aveva il dovere di essere in prima linea, acquisendo così, di fatto, il carattere di partito ‘cattolico’. Non è comunque senza significato che De Gasperi, in modo discreto, espresse riserve sulla scomunica che il Sant’Uffizio inflisse indiscriminatamente a militanti e fiancheggiatori del Partito comunista. Con la fine della stagione degasperiana ad assumere la qualifica di ‘cattolici’ all’interno del partito furono tutti quelli che, in varia guisa, si riconoscevano nella galassia dossettiana e che aggiunsero a quell’aggettivazione anche l’altra di ‘democratici’. L’espressione ‘cattolici democratici’ si è così consolidata, resistendo al Concilio Vaticano e alla caduta del Muro di Berlino. Ai ‘cattolici democratici’ infine si deve la decisione di dar vita ad un unico soggetto politico con la sinistra postcomunista, sull’onda dell’ulivo prodiano.

Oggi, nel mutato contesto sociale, in un’Italia non più monoliticamente cattolica, per la presenza crescente di altre religioni, c’è da chiedersi se abbia senso e sia utile riproporre una presenza politica dei cattolici in quanto tali, che don Sturzo, da tutti invocato come imprescindibile riferimento ideale, ha sempre fieramente bollato. Inoltre, non suonerebbe ciò erezione di anacronistici steccati di natura religiosa e implicitamente invito alla costituzione di partiti ispirati alle altre religioni ormai presenti sul nostro territorio? E, ancora, avrebbe senso oggi insistere sulla convergenza di un ipotetico nuovo partito con la sinistra postcomunista che, come ben aveva previsto Del Noce, ha ormai acquisito i connotati di partito radicale di massa, i cui valori sono antitetici rispetto a quelli della ‘civiltà cristiana’ (com’è noto in quell’area il “Dio, patria e famiglia” è oggetto di volgari sbeffeggiamenti,  il dichiarare paternità e maternità degli alunni è considerato offesa al principio di eguaglianza, l’utero in affitto è conquista di libertà …e via elencando).