Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio1928 – Roma, 17 agosto 2010) – Politico e giurista, ottavo Presidente della Repubblica dal 1985 al 1992, noto per essere stato ribattezzato dalla storiografia e dalla stampa come il Presidente “picconatore” nel periodo conclusivo della c.d. “Repubblica dei partiti” tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90.
Laureatosi in Giurisprudenza, Cossiga si iscrive tra le fila della Democrazia cristiana nel 1945. Insegna diritto costituzionale nell’Università di Sassari. E’ eletto Deputato al Parlamento dal 1958 al 1979. E’ eletto Senatore della Repubblica nel 1983. Sul finire degli anni ’60 giungeranno i primi incarichi governativi: sottosegretario alla Difesa nel 1966 (III Governo Moro), nel 1968 (II Governo Leone e I Governo Rumor) e nel 1969 (II Governo Rumor). Sarà nominato ministro dell’Interno nel 1976 (V Governo Moro e III Governo Andreotti) e nel 1978 (IV Governo Andreotti). Rassegna le proprie dimissioni dopo l’uccisione dell’On. Moro (9 maggio 1978). Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1979 al 3 aprile 1980 e dal 4 aprile 1980 al 17 ottobre 1980. E’ eletto Presidente del Senato della Repubblica il 12 luglio 1983. E’ stato eletto Presidente della Repubblica il 24 giugno 1985 (al primo scrutinio con 752 voti su 977). In seguito alle dimissioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, esercita la supplenza dal 23 giugno al 3 luglio 1985.
Troppo spesso la storiografia e, in generale, l’opinione pubblica ha insistito sulla postura da “Giano bifronte” di Cossiga nell’esercizio della carica presidenziale: da rispettoso e ossequioso notaio del dettato costituzionale a Presidente, prima, “esternatore” e, poi, “picconatore” del sistema politico. Per le note vicende politiche ed esistenziali, la figura di Aldo Moro è al tempo stesso spettro e profeta per il Presidente Cossiga , tanto da tramutarsi lui stesso nel grande rivelatore del crepuscolo della “Repubblica dei partiti.” L’elemento della consapevolezza in Cossiga è stato spesso sottovalutato, ponendo maggiormente l’attenzione alla ricostruzione delle vicissitudini del Presidente come mero e semplice stato di follia, oppure come progetto di matrice cospirativa. Tuttavia, analizzando l’ultima parte del settennato presidenziale, risulta abbastanza chiaro come la volontà principale di Cossiga fosse quella «di picconare le parti lesionate, per portare allo scoperto, e rinforzarle, le strutture portanti ancora solide» . L’impulso alla grande riforma, nel caso italiano, è innescato dal progressivo sgretolamento del regime dei partiti del dopoguerra. Il protagonismo del P.d.R., nella nuova veste di motore propulsore delle riforme istituzionali, è certamente facilitato dall’immobilismo della classe politica italiana, in modo particolare dal duopolio democristiano e socialista . Dieci anni di dibattito sulla necessità di aggiornare la Costituzione del ’48, intervallati dal fallimento della Commissione Bicamerale Bozzi, hanno prodotto un generale discredito nei confronti delle capacità di autoriforma da parte della classe politica. Sul finire del proprio mandato, Cossiga fa giungere, il 26 giugno 1991, il suo messaggio alle Camere, a testimonianza della dura critica da parte del Quirinale nei confronti dell’inerzia del governo in materia di riforme istituzionali. Il nodo cruciale del discorso della prima carica dello Stato è la teorizzazione del superamento dell’art. 138, per un rapido processo di deliberazione della riforma della seconda parte della Costituzione. Caduto nel vuoto il messaggio presidenziale, Cossiga si trova sempre più isolato, minacciato in modo particolare dalla volontà del Pds – il partito erede del Pci- di Occhetto di portare avanti una procedura di impeachment nei confronti del Capo dello Stato per attentato alla Costituzione. Cossiga decide infine, per non esacerbare il conflitto politico attorno alla sua figura, di rassegnare le dimissioni il 28 aprile 1992.